
Ricerche sulle tecniche di scrittura delle Istituzioni di Gaio
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È un noto e diffuso convincimento quello per cui, nei momenti che precedono il trapasso, il morente veda scorrere – e in qualche modo ripercorra – tutta la sua vita, come in un film accelerato. L’imminente ingresso nell’atemporalità della morte, peraltro, dovrebbe rendere oziosa ogni scansione diacronica, consentendo a chi ne fa esperienza di conoscere le cose future, oltre che di rivivere il proprio passato, in una indicibile simultaneità.
Se è così, ora che abbiamo la confortante certezza per cui il giurista Gaio, «avendo operato grosso modo in età antonina, deve essere sia nato che morto», possiamo ragionevolmente credere che gli ultimi suoi istanti di vita saranno stati al tempo stesso illuminati e sconvolti dalla percezione della clamorosa fortuna postuma delle sue Istituzioni, non solo nella tarda antichità, ma anche tra i contemporanei, che continuano a studiarne ogni sillaba nel tentativo di aggiungere nuovi tasselli al suo profilo biografico e intellettuale, così da riempire di contenuto il tempo e lo spazio che separano la sua sicura nascita dalla sua altrettanto certa morte.
Sono consapevole dell’estrema difficoltà – direi quasi della temerarietà – di scrivere ancora su Gaio e la sua opera, soprattutto in un’epoca come quella attuale, in cui all’inevitabile confronto con la sterminata letteratura del passato si aggiunge anche quello con le più recenti linee di ricerca, che, con competenze quasi radiologiche e anatomo-patologiche, scandagliano a fondo il testo non trascurandone nemmeno la cosmesi, e – immagino sulla scia dell’entusiasmo suscitato anche nei romanisti dal film di Paolo Sorrentino – ne predicano la bellezza, più o meno grande
